Alessandro Bedosti porta avanti da
qualche anno una ricerca appartata e imprendibile sul movimento
danzato a partire da uno stare, inteso
proprio come l'azione semplice di starsene davanti al pubblico in una
condizione quieta, attenta, del tutto svuotata. E' da questo stare,
e solo da qui, che
il performer può poi provare, eventualmente, a esprimersi in maniera
più articolata, non forzando alcun gesto ma aprendosi
all'inaspettato, all'epifanico. Tutto ciò può suonare
intellettualistico e invece non c'è nessuna ideologia dimostrativa
né presunzione di avanguardia in questa ricerca, piuttosto direi una
profonda necessità, prima di tutto biografica, di andare alle radici
del significato del vivere e comunicare umani. Da cui una certa
indifferenza riguardo ai risultati, in un artista che invece ha piena
coscienza delle regole sceniche. Sta proprio qui, d'altra parte, il
segreto dell'arte vera, in questo rapporto tra la capacità tecnica
dell'artista di confezionare un prodotto e la sua indifferenza
implacabile per questo gesto di confezione, considerato quasi un male
necessario per parlare col pubblico. Ecco, in questo suo Das
Spiel, visto all'interno della
rassegna 'Ipotetica' al TPO di Bologna, mi sembra che Alessandro
Bedosti faccia pace con questo male necessario in un modo mirabile e
con grazia.
Veniamo
introdotti nel tempo sospeso di una coppia, lui giovane uomo, lei
donna evidentemente, fisicamente, diversa (ma
l'impressione di questa diversità scomparirà, trasfigurata
dalla cura con cui ogni gesto verrà compiuto), intenti a sfogliare
grandi libri a tema sacro (i Cristi di Holbein, immagini di vite
monastiche), con una calma e un'attenzione già così pieni e
palpabili, da trasmettersi immediatamente a noi del pubblico.
Dalle casse escono rumori d'aia: un cane, uccelli, lontani motori.
Da qui
parte la serie di azioni, in dolce progresso ritmico, che è il vero
e proprio Spiel, cioè
a dire gioco, dei due amici. Ripercorro quel che ricordo: non è
tutto e non è in ordine.
Lei
sposta i libri a lato, uno ad uno, poi torna in casa, disegna un
mezzo occhiale a lui, direttamente sulla pelle, con un gran
pennarello (un gesto assurdo, misterioso) e lui si corica, in riposo,
un fazzoletto sul volto. Lei prende un ramo e sfiora il corpo
dormiente, lo tocca senza risultato. Allora comincia a spogliarlo,
lungamente, con metodo. Lui rimane seminudo, sempre immobile, col
bianco fazzoletto sopra il viso, nel sottofondo di un lontano
pollaio. Lei riprende la pertica, di nuovo lo punzecchia e questa
volta, inaspettatamente, il corpo di lui scatta, si contrae, in una
danza d'ascendenza butoh così offerta, così poco esibita, così da
insetto o da tronco, vien da dire, da sembrare un contraltare
inevitabile, come un evento naturale, un cataclisma, a quella lunga,
precedente fissità, un mero riempire un vuoto con un gesto, spremuto
a fondo, del tutto agito, come si riempie d'una sostanza un
recipiente: tutto qua. Poi è lei a danzare, o forse lo fa prima, con
lui ancora vestito? Non ricordo, tutto si mischia come in sogno (e,
non l'ho detto, la brava partner di Bedosti in Das Spiel
è Antonella Oggiano). In ogni caso la sua è una danza a capitoli, a
immagini, a posture arbitrarie con oggetti, a un certo punto entra
persino una croce, che però lei non teatralizza, e solo usa
per inarcarsi, fino in fondo, in un gesto letterale, inconsapevole,
che frantuma con levità i significati. Poi Lei aiuta Lui a
rivestirsi (entrano le maiuscole perché piano, nel tempo, i
due diventano una coppia archetipica, anche se clamorosamente sui
generis): di una bianca parrucca e di un camice, una casacca da
artigiano. Così conciato, quasi scomposto in due tra il basso e
l'alto, tra il camice, i calzini da vecchio emiliano, e la parrucca
bianca, che rimanda al Giappone, o ad un cantante di
country, insomma scisso finanche nel vestire, tra la realtà della vita di
provincia e il sogno di un'impossibile evasione, forse nemmeno più
desiderabile, sogno subìto come vizio ormai, da sopportare,
Alessandro, adesso in piedi, piano danza, e questa volta è una danza
semplicissima, sognante, autocitantesi, dolcemente retorica (se il primo
pezzo rimanda a Hijikata, questo allude, compostamente, a Kazuo
Ohno), a cui Lei, Antonella, collabora, gettando contro Lui delle
palline di carta, precedentemente, meticolosamente appallottolate,
poi stivate in una scatola di vimini, da cui ora Lei attinge per
colpire. E lo fa impietosamente, sulla faccia, sulle gambe, sul
corpo, senza che Lui reagisca in nessun modo, perso nella sua lenta,
marziana partitura, nella quale, con ironia, s'è già perduto. E' la
funzione di Antonella, d'altra parte, quella di riportarlo alla
realtà, con un ramo, con le pagine accartocciate in tante palle di
carta, e infine con il cibo, quel plumcake condiviso in un abbraccio,
scartato e piano mangiato, anche qui con necessità pacificata,
quieto fare.
Colonna
sonora allo Spiel, a
parte l'aia di fondo, è Marianne Faithfull, voce postuma per
eccellenza, sopravvissuta, che dice anch'essa di accettazione e
compassione, in senso anche, precisamente, buddhistico. C'è infatti,
mi pare, nell'ispirazione di questo Das Spiel,
un peculiare amalgama tra laicità occidentale, qui in una sua
versione emiliana, cioè mai troppo volgare, con una propria saggezza
ragionevole ed anche un qualche coraggio sociale (oltre a una dose di
sana autoironia), che è l'humus biografico di Alessandro, e profondo
distacco orientale: ascesi theravada, danza butoh, monachesimo
athosìno, che sono forse certi suoi riferimenti di cammino.
E' davvero notevole che noi, guardando Das Spiel,
percepiamo la possibilità di una sintesi semplice tra tutto questo,
e che anche quella diversità
che all'inizio ci pareva insormontabile, ora ci appaia come
condizione normale della vita di tutti e di tutte. Credo che questo
piccolo miracolo si debba, tra l'altro, al rapporto tra una lunga,
protratta interiorizzazione ed esperienza di tutto ciò da parte
dell'autore e la brevità, e direi quasi l'umiltà, dell'esito
scenico che ne è come un distillato.
Un lavoro pieno di
grazia, assolutamente da non perdere.