piccola rivista di spettacoli preziosi, visti, commentati, consigliati da alessandro berti
ph: Daniela Neri
venerdì 1 giugno 2012
The Breathing Us di Francesca Proia e Danilo Conti
Ci sono artisti della scena il cui lavoro, derivato direttamente dalla loro preziosa natura intrattabile, contrastano la passività abituale dello spettatore. Questa non direi noncuranza ma proprio volontà di far fare allo spettatore uno sforzo che promette l'approdo in qualche altra zona che quella del giudizio discorsivo e dell'opinione è oggi un'attitudine sempre più rara. In un momento di crisi sociale, economica e culturale come quello che viviamo, il giorno dopo un terremoto disastroso non lontano dal suo stesso epicentro, ho assistito a una presentazione dell'ultimo lavoro di Francesca Proia e Danilo Conti, the breathing us. In una sala luminosa, aperta al traffico della strada, di pomeriggio, gli spettatori invitati a sedersi su un pavimento di cuscini e a servirsi di tè, acqua e caffè, Francesca Proia e Danilo Conti aprono la loro sala prove a un pubblico sospeso tra abitudine a un atteggiamento tradizionale e pulsioni protagonistiche. Il morbido tappeto che ci si offre come platea e su cui pensavamo di accasciarci, diventa invece una distesa di zafu che invitano a condividere la meditazione protratta che avviene in scena, noi stessi distendiamo le nostre povere vertebre seguendo il ritmo di Francesca, lasciando che la mente corra libera dove vuole.
Il lavoro è diviso nettamente in due parti. Una prima sezione lenta e neutra, dove la coppia pare dividersi i compiti: il corpo maschile è solido, incarna il tempo e la fin ottusa pazienza della terra, sostiene, esegue, attende, mentre quello femminile frequenta la dimensione spaziale, propriamente danza, cioè si incunea nello spazio con precisione, proponendo al partner un dialogo silenzioso e astratto, mentre si spoglia progressivamente dei propri involucri, ringiovanendo. E' una parte in cui la mente dello spettatore si allontana, siamo invitati a un rallentamento del respiro che scatena, per contrasto, una felice emorragia immaginativa che ci stacca, nei minuti, dalle nostre pene feriali. Questa sorta di riscaldamento prelude alla seconda parte, in cui siamo invitati decisamente e direttamente dentro la vita e il lavoro quotidiani dei due artisti, un ambiente quanto mai vario e giocoso. La creatura denudata, incarnata dal corpo di Francesca Proia, viene illuminata da una luce davanti alla quale sembra svolazzare una tendina mossa dal vento (la maglietta che si è appena tolto Danilo Conti e che ora manovra davanti a un vecchio faro in proscenio). E' una scena bellissima, che inizia la seconda parte e che ci mostra questo corpo naturale in transito verso la propria spiritualizzazione, percorso a cui allude realmente una purificazione ascendente dei colori e delle forme del corpo: dai piedi che reggono tutto, agli arti inferiori muscolosi e tumefatti, fino al tronco candido, pneumatico e al viso nascosto da una parrucca bionda. Ora, disinvoltamente, i due sono non più archetipi ma soggetti divertiti di un gioco di coppia orizzontale: lei si chiude e si fa bambina-palla che lui sposta qua e là, lui indossa una maglietta che svela (velandolo ulteriormente) il rapporto trai due, una frase proiettata allude alla loro intimità mentre essi la incarnano astrattamente in pose gelate, fino all'immagine finale in cui tutto questo gioco si ricompone dentro un dolcissimo igloo da cui esce il fumo di una stufa. Miracolosamente, al termine di questa lunga sequenza di azioni, ci scopriamo ad aver fatto un viaggio che ci ha mutato l'umore e portato dalla parte bianca della realtà. Eravamo entrati in teatro raggrinziti, dentro quell'ennesima porzione intristita di un ambiente agonizzante e ne usciamo invece rinvigoriti da questo gioco spudorato e marziano, che non ammicca a nulla e invece incarna, lungamente e deliberatamente, la propria candida, intrattabile, arbitraria felicità.
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