ph: Daniela Neri

lunedì 25 febbraio 2013

La veduta di Delft di Francois Kahn


Fedeli come siamo a tutto ciò che stona col contesto, ai reperti di epoche passate, alle voci il cui timbro giunge nuovo, non perché lo sia in assoluto, ma per qualche motivo che ce lo rende tale, per lunga assenza, per la sua vita vissuta nell'ombra, appartata, o per qualsiasi altro motivo, che però non ha a fare con la nostalgia, piuttosto con la difesa di una complessità: culturale, sociale, delle vite e delle esperienze degli umani, necessaria e oggi negata, irrisa, o anche solo sentita come hobby aristocratico, invece che come testimonianza di un'idea di vita comune più densa e gustosa, per tutto questo abbiamo amato LA VEDUTA DI DELFT di Francois Kahn.
Prima di tutto abbiamo amato la proposta di Kahn in generale, la sua scelta a monte, il suo gesto: arbitrario, goduto, del tutto serio, però divertito e piacevole, un gesto artigianale di classe, di equilibrio, un gesto teatrale che ci riporta a un patto diverso tra attore e pubblico, un patto di una stagione limpidamente umanistica. Che cosa fa l'attore-regista? Una conferenza spettacolo, che comincia come conferenza e man mano si fa spettacolo, su Vermeer e su Proust. Già dovremmo capire che andremo dentro una stanza oggi esotica.
Ma il modo in cui Kahn ci porta in quella stanza è all'altezza delle aspettative. Il corpo dell'attore prende nei minuti confidenza, la luce svanisce, dalla sala conferenze passiamo all'oscurità di una camera dentro una grande villa parigina, dalle grandi riproduzioni di Vermeer ai piccoli taccuini di Proust, dalla gloria del colore all'interiorità ombrosa e inquieta del pensiero narrato. E' una discesa agli inferi abile e dolce, ci lasciamo accompagnare con grazia là dove non ci aspetteremmo di arrivare, o dove forse non vorremmo. E fin dove arriviamo? Esattamente fino al buio, fisico e letterale, del palcoscenico e della vita di Bergotte, il personaggio proustiano che di fronte alla luce infinita e beffardamente calma di Vermeer, semplicemente cede, si accascia, in quell'archetipo ottocentesco che è la dissoluzione, il decadimento, la morte plateale, il rantolo. Ma l'ultima frase, e il buio in cui è pronunciata, illuminano di nuovo tutto: 'lavorate, finché avete luce!' ci grida Bergotte con forza asciutta, a testamento. Ecco che il vecchio incerto, lo scrittore nevrotico si trasforma nel nonno saggio, nell'incarnazione stessa di un'etica del lavoro, qui applicata all'arte. Quanto questo suggello sia lontano dall'oggi inutile dirlo. Quanto un richiamo alla cocciuta pazienza di un lavoro continuo, artigianale, appaia oggi vecchio, lo sappiamo, i giovani sembrano non poterci più credere. Eppure il godimento di questa dimensione, Francois Kahn ce lo fa vedere, annusare, è, credo, il suo stesso godimento di interprete mentre lavora sul palcoscenico.
Non sappiamo se la crisi attuale porterà a una qualche ristrutturazione della borghesia che permetta di nuovo spazi per gesti culturali non scontati, per abitudini varie e saporite in fatto di fruizione delle arti, scenario oggi solo sognato da chi è cresciuto dentro gli agi della borghesia europea novecentesca. Né sappiamo quale carattere avrà infine questa nuova arte. E' probabile che sarà del tutto diversa da quella che conosciamo, così come è probabile che sarà a un'etica delle relazioni forse più che a un'etica del lavoro che dovremo aggrapparci, in preparazione a quello che verrà, e già sta avvenendo. Sia come sia, di questo buon sapore di grande cultura europea, cucinato con semplicità e onestà, noi in questa VEDUTA DI DELFT abbiamo goduto.  

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