Fedeli
come siamo a tutto ciò che stona col contesto, ai reperti di epoche
passate, alle voci il cui timbro giunge nuovo, non perché lo sia in
assoluto, ma per qualche motivo che ce lo rende tale, per lunga
assenza, per la sua vita vissuta nell'ombra, appartata, o per
qualsiasi altro motivo, che però non ha a fare con la nostalgia,
piuttosto con la difesa di una complessità: culturale, sociale,
delle vite e delle esperienze degli umani, necessaria e oggi negata,
irrisa, o anche solo sentita come hobby aristocratico, invece che
come testimonianza di un'idea di vita comune più densa e gustosa,
per tutto questo abbiamo amato LA VEDUTA DI DELFT di Francois Kahn.
Prima di
tutto abbiamo amato la proposta di Kahn in generale, la sua scelta a
monte, il suo gesto: arbitrario, goduto, del tutto serio, però
divertito e piacevole, un gesto artigianale di classe, di equilibrio,
un gesto teatrale che ci riporta a un patto diverso tra attore e
pubblico, un patto di una stagione limpidamente umanistica. Che cosa
fa l'attore-regista? Una conferenza spettacolo, che comincia come
conferenza e man mano si fa spettacolo, su Vermeer e su Proust. Già
dovremmo capire che andremo dentro una stanza oggi esotica.
Ma il
modo in cui Kahn ci porta in quella stanza è all'altezza delle
aspettative. Il corpo dell'attore prende nei minuti confidenza, la
luce svanisce, dalla sala conferenze passiamo all'oscurità di una
camera dentro una grande villa parigina, dalle grandi riproduzioni di
Vermeer ai piccoli taccuini di Proust, dalla gloria del colore
all'interiorità ombrosa e inquieta del pensiero narrato. E' una
discesa agli inferi abile e dolce, ci lasciamo accompagnare con
grazia là dove non ci aspetteremmo di arrivare, o dove forse non
vorremmo. E fin dove arriviamo? Esattamente fino al buio, fisico e
letterale, del palcoscenico e della vita di Bergotte, il personaggio
proustiano che di fronte alla luce infinita e beffardamente calma di
Vermeer, semplicemente cede, si accascia, in quell'archetipo
ottocentesco che è la dissoluzione, il decadimento, la morte
plateale, il rantolo. Ma l'ultima frase, e il buio in cui è
pronunciata, illuminano di nuovo tutto: 'lavorate, finché avete
luce!' ci grida Bergotte con forza asciutta, a testamento. Ecco
che il vecchio incerto, lo scrittore nevrotico si trasforma nel nonno
saggio, nell'incarnazione stessa di un'etica del lavoro, qui
applicata all'arte. Quanto questo suggello sia lontano dall'oggi
inutile dirlo. Quanto un richiamo alla cocciuta pazienza di un lavoro
continuo, artigianale, appaia oggi vecchio, lo sappiamo, i giovani
sembrano non poterci più credere. Eppure il godimento di questa
dimensione, Francois Kahn ce lo fa vedere, annusare, è, credo, il
suo stesso godimento di interprete mentre lavora sul palcoscenico.
Non
sappiamo se la crisi attuale porterà a una qualche ristrutturazione
della borghesia che permetta di nuovo spazi per gesti culturali non
scontati, per abitudini varie e saporite in fatto di fruizione delle
arti, scenario oggi solo sognato da chi è cresciuto dentro gli agi
della borghesia europea novecentesca. Né sappiamo quale carattere
avrà infine questa nuova arte. E' probabile che sarà del tutto
diversa da quella che conosciamo, così come è probabile che sarà a
un'etica delle relazioni forse più che a un'etica del lavoro che
dovremo aggrapparci, in preparazione a quello che verrà, e già sta
avvenendo. Sia come sia, di questo buon sapore di grande cultura
europea, cucinato con semplicità e onestà, noi in questa VEDUTA DI
DELFT abbiamo goduto.
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