ph: Daniela Neri

venerdì 11 marzo 2011

Simone Weil, concerto poetico di Ilaria Drago

Questo gioiello teatrale e musicale che gira quasi clandestinamente il nostro povero paese è un puro atto d'amore di un essere umano a un altro, di un'attrice regista scrittrice (le categorie cedono) a una sua madre spirituale, e madre di molti altri e altre, chi scrive compreso, la filosofa attivista mistica (le categorie cedono) Simone Weil. In una quarantina di minuti di assoluta tensione, una tensione che nulla a che fare con l'ansia dei nostri giorni feriali o col gioco del thriller, una tensione intesa piuttosto come recupero di attenzione, come concentrazione del nostro meglio nell'atto di ascoltare una parola di verità, in un miracoloso farsi collettivo di questa attenzione di cui avevamo perso l'abitudine, Ilaria Drago danza senza mai lasciare (o quasi) la propria piastrella dietro il microfono e il piccolo controller con cui lei stessa dirige le entrate e le uscite della musica di Marco Guidi. Danza, sì. Perché la danza è prima di tutto un movimento del pensiero, se non vuole essere ginnastica. E il pensiero di Simone (che ora è quello di Ilaria) cammina, percorre immense distese, ci accompagna per mano dentro le cose, di cui ci mostra il cuore segreto, un cuore umile e eterno, un cuore organico e sovrannaturale a un tempo, perché la trasparenza è negli oggetti ma anche negli occhi di chi guarda e il conoscere è un riconoscere, un ritorno a casa. E il corpo di Ilaria, dal proprio centro attraverso i lunghi arti come di creatura alata, irradia attorno questa luce, la ospita e la comunica, come ogni attore dovrebbe fare e non fa più. Ma qui c'è altro, perché qui è la scelta di ciò che si ospita che è deflagrante, perché ospitare Simone Weil non lo può fare chiunque e chi lo fa sa che tocca il fuoco e solo chi il fuoco lo ospita già può accoglierne altro. Così questo spettacolo è doppiamente prezioso perché coniuga un gesto estetico e un gesto etico con la naturalezza con cui questi due ambiti della sostanza stessa dell'essere potrebbero e dovrebbero comunicare, continuamente. Come ahimè sappiamo, non lo fanno e non lo fanno perché il grosso animale che è la socialità spicciola spegne la scintilla di questo collegamento, spegnendo tutto. Ma in questi quaranta minuti la scintilla c'è e il pubblico ne gode, si nutre di questa riconquistata unità umana come di qualcosa che si porterà a casa, un regalo inaudito nel nostro trafelato vivere dentro il mercato.
Potrei citare le sezioni dello spettacolo, anche molto diverse come temi: la guerra, Dio, la chiesa, il lavoro, sottolineando la bravura acrobatica di Ilaria nel variare il proprio registro senza mai nemmeno sfiorare l'ecclettismo gratuito, attraverstata com'è sempre solo dalla sostanza del pensiero e della vita di Simone Weil ma appunto non si tratta di applaudire un'attrice ma di ringraziare un essere umano per il fatto di interpretare in questo modo il proprio essere artista. Chiudo parlando delle musiche di Marco Guidi, calde, semplici, sottratte sia all'intellettualismo che al popolaresco, nudamente funzionali anch'esse all'aver luogo di un passaggio sostanziale tra artista e pubblico.

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