La platea strapiena del maggior teatro cittadino per uno spettacolo dal titolo così poco accattivante e dal tema ancor meno dice che è la fama televisiva del protagonista a fare da cassa di risonanza. Non possedendo io un televisore ormai da vent'anni non lo sospettavo e mi stupisco. La borghesia progressista (che tale almeno si sente) va a teatro a guardare dal vivo un attore che ultimamente ha vestito i panni di certi famosi eroi borghesi nel meglio della fiction nazionale.
Ma Gifuni non riposa sui suoi allori catodici e bagna di sudore le assi del palcoscenico, è un atleta.
Impressiona vederlo faticare così, spingere al limite le proprie forze: lavorare. L'etica del lavoro si incarna in qualcosa come una vera e propria esibizione, nel senso anche un po' osceno del termine. Gifuni si offre a un martirio artigianale, afferra l'attenzione del pubblico obbligandolo a un entusiasmante tour de force all'interno del labirinto gaddiano, che l'attore percorre con disinvoltura mostruosa, modulando toni e stati d'animo ai limiti del dimostrativo. Ma il fatto è che proprio anche questo valore di dimostrazione professionale, assunta fino in fondo e svolta con perizia maniacale è uno dei motivi forti del progetto e del prodotto che abbiamo di fronte. Qui Gadda, Gifuni e Bertolucci si specchiano e insieme si volgono con atletico sdegno e sincerità gridata verso l'equivoca borghesia italiana che gremisce la platea e che l'attore spesso rimbecca esplicitamente sottolineando la propria noia nei confronti di un tossicchiare distratto di alcuni. Ma siamo lontani dall'iconoclastia di un Cecchi o di un Bene: qui, al contrario, è l'attore (e prima di lui l'autore) a rivendicare per sé la fatica, la serietà e il valore di essere davvero borghesi, nel senso aristocratico di cittadini attivi, attenti al demos, lucidi ma pronti al sacrificio per un bene comune, di fronte al ventre molle di una nazione immobile, egoista, sprofondata nei suoi vizi da un tempo eterno. Questa specularità tra l'attore del duemiladieci e lo scrittore del millenovecentoquindici appare così semplice e così coerente da diventare un punto di forza deflagrante, capace di attirare lo spettatore dentro la voragine di un'esperienza estetica ed etica dai contorni nitidissimi, quasi fino all'ideologia di una caratterizzazione opposta, sempre evitata con bravura grazie a un gesto assurdo, un tono appena un po' più vero, un giusto buio o uno slancio ulteriore di generosità dell'interprete.
Nel vertiginoso finale il parallelismo tra il ventennio fascista e quello odierno prende corpo implacabilmente, scolpendosi nel volto sudato dell'attore in proscenio, ormai allo stremo delle forze eppure ancora cocciutamente intento a elencare, distinguere, giocare con la lingua scintillante dell'ingegnere che ora, fattasi vicina e quasi abituale, incendia letteralmente il pubblico in sala, provocando infine risate aperte e boati di ammirazione.
A vedere questo spettacolo viene da pensare che se Gadda non è diventato il Cèline italiano non è perché la sua lingua è ostica ma proprio perché il movente profondo del suo gesto letterario è indigeribile per la maggioranza dei lettori nazionali laddove il disfattismo del francese è un pane più consono alla mollezza maggioritaria. La disinvoltura sconcertante di Gifuni nel riportare in vita le frasi del Gaddus sembrerebbe confermare questa ipotesi. Forse è stato proprio il fascismo a rappresentare quella cesura, quel rallentamento della società italiana che poi l'ha segnata per un secolo a venire, e ancora la segna. O più semplicemente l'Italia è diventata nazione tardi, e democrazia compiuta mai, così da non poter partorire al suo interno una borghesia moderna sufficientemente avvertita da diventare un pubblico potenziale del grande scrittore milanese.
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