ph: Daniela Neri

giovedì 22 gennaio 2015

Das Spiel di Alessandro Bedosti

Alessandro Bedosti porta avanti da qualche anno una ricerca appartata e imprendibile sul movimento danzato a partire da uno stare, inteso proprio come l'azione semplice di starsene davanti al pubblico in una condizione quieta, attenta, del tutto svuotata. E' da questo stare, e solo da qui, che il performer può poi provare, eventualmente, a esprimersi in maniera più articolata, non forzando alcun gesto ma aprendosi all'inaspettato, all'epifanico. Tutto ciò può suonare intellettualistico e invece non c'è nessuna ideologia dimostrativa né presunzione di avanguardia in questa ricerca, piuttosto direi una profonda necessità, prima di tutto biografica, di andare alle radici del significato del vivere e comunicare umani. Da cui una certa indifferenza riguardo ai risultati, in un artista che invece ha piena coscienza delle regole sceniche. Sta proprio qui, d'altra parte, il segreto dell'arte vera, in questo rapporto tra la capacità tecnica dell'artista di confezionare un prodotto e la sua indifferenza implacabile per questo gesto di confezione, considerato quasi un male necessario per parlare col pubblico. Ecco, in questo suo Das Spiel, visto all'interno della rassegna 'Ipotetica' al TPO di Bologna, mi sembra che Alessandro Bedosti faccia pace con questo male necessario in un modo mirabile e con grazia.
Veniamo introdotti nel tempo sospeso di una coppia, lui giovane uomo, lei donna evidentemente, fisicamente, diversa (ma l'impressione di questa diversità scomparirà, trasfigurata dalla cura con cui ogni gesto verrà compiuto), intenti a sfogliare grandi libri a tema sacro (i Cristi di Holbein, immagini di vite monastiche), con una calma e un'attenzione già così pieni e palpabili, da trasmettersi immediatamente a noi del pubblico.
Dalle casse escono rumori d'aia: un cane, uccelli, lontani motori.
Da qui parte la serie di azioni, in dolce progresso ritmico, che è il vero e proprio Spiel, cioè a dire gioco, dei due amici. Ripercorro quel che ricordo: non è tutto e non è in ordine.
Lei sposta i libri a lato, uno ad uno, poi torna in casa, disegna un mezzo occhiale a lui, direttamente sulla pelle, con un gran pennarello (un gesto assurdo, misterioso) e lui si corica, in riposo, un fazzoletto sul volto. Lei prende un ramo e sfiora il corpo dormiente, lo tocca senza risultato. Allora comincia a spogliarlo, lungamente, con metodo. Lui rimane seminudo, sempre immobile, col bianco fazzoletto sopra il viso, nel sottofondo di un lontano pollaio. Lei riprende la pertica, di nuovo lo punzecchia e questa volta, inaspettatamente, il corpo di lui scatta, si contrae, in una danza d'ascendenza butoh così offerta, così poco esibita, così da insetto o da tronco, vien da dire, da sembrare un contraltare inevitabile, come un evento naturale, un cataclisma, a quella lunga, precedente fissità, un mero riempire un vuoto con un gesto, spremuto a fondo, del tutto agito, come si riempie d'una sostanza un recipiente: tutto qua. Poi è lei a danzare, o forse lo fa prima, con lui ancora vestito? Non ricordo, tutto si mischia come in sogno (e, non l'ho detto, la brava partner di Bedosti in Das Spiel è Antonella Oggiano). In ogni caso la sua è una danza a capitoli, a immagini, a posture arbitrarie con oggetti, a un certo punto entra persino una croce, che però lei non teatralizza, e solo usa per inarcarsi, fino in fondo, in un gesto letterale, inconsapevole, che frantuma con levità i significati. Poi Lei aiuta Lui a rivestirsi (entrano le maiuscole perché piano, nel tempo, i due diventano una coppia archetipica, anche se clamorosamente sui generis): di una bianca parrucca e di un camice, una casacca da artigiano. Così conciato, quasi scomposto in due tra il basso e l'alto, tra il camice, i calzini da vecchio emiliano, e la parrucca bianca, che rimanda al Giappone, o ad un cantante di country, insomma scisso finanche nel vestire, tra la realtà della vita di provincia e il sogno di un'impossibile evasione, forse nemmeno più desiderabile, sogno subìto come vizio ormai, da sopportare, Alessandro, adesso in piedi, piano danza, e questa volta è una danza semplicissima, sognante, autocitantesi, dolcemente retorica (se il primo pezzo rimanda a Hijikata, questo allude, compostamente, a Kazuo Ohno), a cui Lei, Antonella, collabora, gettando contro Lui delle palline di carta, precedentemente, meticolosamente appallottolate, poi stivate in una scatola di vimini, da cui ora Lei attinge per colpire. E lo fa impietosamente, sulla faccia, sulle gambe, sul corpo, senza che Lui reagisca in nessun modo, perso nella sua lenta, marziana partitura, nella quale, con ironia, s'è già perduto. E' la funzione di Antonella, d'altra parte, quella di riportarlo alla realtà, con un ramo, con le pagine accartocciate in tante palle di carta, e infine con il cibo, quel plumcake condiviso in un abbraccio, scartato e piano mangiato, anche qui con necessità pacificata, quieto fare.
Colonna sonora allo Spiel, a parte l'aia di fondo, è Marianne Faithfull, voce postuma per eccellenza, sopravvissuta, che dice anch'essa di accettazione e compassione, in senso anche, precisamente, buddhistico. C'è infatti, mi pare, nell'ispirazione di questo Das Spiel, un peculiare amalgama tra laicità occidentale, qui in una sua versione emiliana, cioè mai troppo volgare, con una propria saggezza ragionevole ed anche un qualche coraggio sociale (oltre a una dose di sana autoironia), che è l'humus biografico di Alessandro, e profondo distacco orientale: ascesi theravada, danza butoh, monachesimo athosìno, che sono forse certi suoi riferimenti di cammino. E' davvero notevole che noi, guardando Das Spiel, percepiamo la possibilità di una sintesi semplice tra tutto questo, e che anche quella diversità che all'inizio ci pareva insormontabile, ora ci appaia come condizione normale della vita di tutti e di tutte. Credo che questo piccolo miracolo si debba, tra l'altro, al rapporto tra una lunga, protratta interiorizzazione ed esperienza di tutto ciò da parte dell'autore e la brevità, e direi quasi l'umiltà, dell'esito scenico che ne è come un distillato.
Un lavoro pieno di grazia, assolutamente da non perdere.

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